"END OF THE NIGHT": DALLA DEMO DEL '65 ALL'LP “THE DOORS”
Tra le
incantevoli poesie, poi trasformate in canzoni, che Jim Morrison porta in dote al
momento della costituzione dei Doors, troviamo anche la misteriosa e ammaliante
melodia di “End Of The Night”.
Essa conquista da
subito anche il resto del gruppo, ancora in via di formazione e privo di Robby
Krieger, venendo così arrangiata e poco dopo proposta tra i sei brani registrati
come demo nel settembre 1965.
In questa
versione (qui il link alla demo del settembre ’65) la composizione si
presenta ancora scarna, benché quasi del tutto definita nella struttura e,
soprattutto, già provvista del suo lirico testo finale.
A questo stadio,
la sua caratteristica più notevole è quella di distinguersi, nel panorama
americano dell’estate 1965, per le melodie inusuali di strofa e ritornello.
Esse possiedono infatti un intrinseco e cupo fascino, non ancora adeguatamente
valorizzato però dalla strumentazione e dall’arrangiamento.
Il brano, pur attardandosi
parzialmente nel Rhythm And Blues (un lento in questo caso), si proietta in
avanti, guardando al Rock che proprio in quegli stessi mesi stava muovendo i suoi
primi eccitanti passi.
La voce di
Morrison, sostenuta in più occasioni da quella di Manzarek, è piuttosto sottile,
declinando il suo timbro ancora acerbo in un affilato sussurro (nella strofa)
che si innalza nel ritornello rimanendo però privo della necessaria forza
d’urto.
Densmore utilizza
un tamburino per rafforzare la soffusa linea della batteria, suonata in parte
con le spazzole al posto delle bacchette, in parte percuotendo il bordo del
tamburo rullante.
Il pianoforte di
Manzarek, già dotato di una certa creatività, è responsabile di un breve assolo.
Purtroppo, quest’ultimo è vanificato dall’armonica (suonata da suo fratello)
che risulta egocentrica nel suo coprire maldestramente, oltre a questo, anche diversi
altri passaggi della composizione.
Il pezzo rimarrà
nel repertorio della band durante i mesi che seguiranno, per essere poi incisa
ufficialmente (questa volta con Krieger alla chitarra elettrica) circa un anno
dopo, alla fine dell’estate 1966, sul primo vinile del gruppo (“The Doors”).
Contestualmente
all’uscita sull’LP, “End Of The Night” (viene anche pubblicata come lato B del
primo, meraviglioso, singolo dei Doors, il cui lato A è occupato da “Break On
Through (To The Other Side)”.
Per la
registrazione sul loro primo disco (qui il link), la band abbrevia leggermente
il pezzo, rendendolo più compatto ed efficace grazie all’eliminazione di due
elementi presenti nella demo: una strofa prima del ritornello finale e una
ripetizione del titolo al termine di ogni strofa.
In più, nella
traccia presente sul primo album, il tempo è lievemente rallentato,
contribuendo a fare risaltare la lodevole organizzazione interna del brano
(strofa -strofa - ritornello con ripresa dell’ultima parte della strofa – assolo
- ritornello con ripresa dell’ultima parte della strofa).
Il cambiamento
più significativo interessa la natura stessa della canzone, la quale viene
trasfigurata in una splendida ballata rock psichedelica dai toni scuri e surreali.
Anche in questo caso è da sottolineare la carica innovativa che la band esibisce. Difatti, erano stati pubblicati da pochi mesi i primi brani pienamente psichedelici della storia ("Eight Miles High" dei Byrds nel marzo 1966 e “Rain” dei Beatles nel maggio ‘66).
Il suono complessivo
è caratterizzato dal suggestivo sottofondo costruito con laboriosa fantasia dalle
tastiere di Manzarek e composto da due elementi distinti.
Il primo è
l’organo elettrico (Vox Continental), suonato con la distorsione “vibrato” in
esso incorporata. Il risultato è un tappeto di onirici accordi che ondeggiano rapidi
e irreali e sul fondo dell’arrangiamento, come un oggetto osservato sotto la
superfice dell’acqua, fornendo una base liquida e pervasiva al resto degli
strumenti.
Il secondo
elemento apportato da Manzarek al brano è dato dal pianoforte che punteggia interamente
la canzone con note acute, ma arrotondate e attutite, come un carillon che
offre il suo suono sognante e irregolare alla fantasia dell’ascoltatore.
Su questo sfondo
psichedelico si stagliano in primo piano le languide e sognanti evoluzioni
della chitarra elettrica di Krieger.
L’accordo che
apre il pezzo e guida l’andamento pigramente sinuoso delle strofe, si propaga sospinto
da un profondo riverbero che ne distorce i contorni rendendoli indistinti. La
sua espansione nello spazio ricorda un enigmatico quesito che risuona etereo, perdendosi
tra elusive vibrazioni e svanendo troppo velocemente per essere afferrato e compreso.
Durante i
ritornelli, invece, il chitarrista passa alla tecnica detta “slide guitar”. Originaria
del country blues (anni ’20 e ’30 del ‘900), essa viene qui abbinata al forte
riverbero già citato ed adattata al genere rock da Krieger, il quale conferisce
così un nuova sfaccettatura alla psichedelia.
Egli riprenderà
questa nuova modalità di intendere la “slide guitar” in maniera più estesa e frequente
nel lavoro successivo della band: l’LP “Strange Days”, pubblicato nel settembre
1967 ed incantevole emblema del rock psichedelico.
Anche il
fuggevole, ma affascinante assolo del chitarrista è caratterizzato da questa
tecnica. Le sue note allungate si spandono in linee desolate e solitarie, come effimeri
archi sonori delineati sulla nera coltre della notte senza fine evocata dal
testo.
Al centro della
composizione emerge splendidamente la voce di Jim Morrison, che viene
modificata in due modi diversi.
Il primo è quello
di raddoppiarla alla fine della strofa e durante il ritornello, allo scopo di
rinforzarne la potenza e l’intensità. La seconda modifica è data dall’applicazione
di un ampio riverbero ambientale, ottenuto quindi senza distorsioni artificiali
ma solamente cantando in una stanza appropriata allo scopo.
Il canto di
Morrison esce migliorato da questi trattamenti di studio, sondando profondità
oscure e sublimi abissi melodici nonché marcando un cambiamento (in positivo) enorme
e sorprendente rispetto alla demo dell’anno precedente.
Nel ritornello
finale, invece, la linea vocale esplode e si alza di tonalità, invocando con
mistica disperazione i “Reami della beatitudine” e i “Reami della luce“:
immagini che si fondono ai versi ottocenteschi di William Blake per poi
perdersi nell’immensità lisergica creata dal brano (ascolto dal min. 2.05 al
min. 2.31).
Le parole di “End
Of The Night”, che Morrison attualizza e completa prendendo ispirazione da un
poeta (William Blake) e uno scrittore (Louis-Ferdinand Céline) appartenenti al passato, contribuiscono grandemente
alla bellezza dai lineamenti fascinosi e psichedelici di questa canzone.
Con questo pezzo
dell’agosto 1966 i Doors ci pongono di fronte ad un sortilegio elettrico
dall’esito ignoto, il cui opulento incanto sonoro porta alla luce l’incredibile
talento del giovane quartetto californiano.
P.S.: Il mio libro “The Doors Attraverso Strange Days” è uscito ed è disponibile su tutte le principali piattaforme. Il più completo viaggio mai fatto attraverso il secondo LP dei Doors. Di seguito qualche link:
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