JIM MORRISON INTERVISTATO IL 6 NOVEMBRE 1969: I MOMENTI MIGLIORI
L’intervista
rilasciata da Jim Morrison a Howard Smith del giornale americano “The Village
Voice” il 6 novembre 1969 (qui il link) ci offre l’occasione di mettere
in luce alcuni aspetti, poco considerati, della personalità del cantante dei
Doors.
Opinioni,
inclinazioni e attitudini che spesso sono trascurate in favore di
caratteristiche più evidenti e appariscenti di questo straordinario musicista.
Il contesto nel
quale si svolge l’intervista vede Morrison all’inizio delle registrazioni del
quinto LP dei Doors: “Morrison Hotel”. Nel contempo, il precedente lavoro (“The
Soft Parade”) e le tensioni interne alla band californiana sperimentate
nell’ultimo anno, stavano scomparendo dall’orizzonte di vita del cantante.
Era presente,
invece, la minacciosa ombra del processo che lo vedeva coinvolto per le denunce
attirate su di sé durante il concerto a Miami il 3 marzo 1969.
Il giornalista
non eccelle nel porre domande particolarmente interessanti, esasperando
Morrison e causando una serie di risposte appositamente prive di significato.
L’intervista ne risente in termini di interesse suscitato, anche a causa di
alcuni pareri del frontman, i quali sono smussati nella loro incisività per non
aggravare la propria già precaria posizione giudiziaria.
La durata
complessiva dell’intervista è circa un’ora, ma una parte significativa del
tempo a disposizione è occupata da battute taglienti scambiate tra i due
(domande superficiali contro risposte indisponenti) o da silenzi di circostanza
allungati di proposito da Morrison.
Ecco alcuni
highlight tratti dall’intervista del 6 novembre ’69 a Jim Morrison.
JIM E IL SUD
L’intervista si
apre con una domanda di attualità: il parere di Morrison rispetto ad un film
uscito pochi mesi prima e già di grande impatto negli USA: “Easy Rider”.
La risposta
lascia spiazzati. Morrison definisce la pellicola “una grottesca parodia”
del sud degli Stati Uniti, un’area geografica che invece lui afferma di
apprezzare (“Mi piace il sud”).
Inoltre, il
frontman dei Doors aggiunge che “Easy Rider” rappresenta una esagerazione dei
problemi di intolleranza che contraddistinguono gli stati del sud e di non
essersi mai accorto di avvenimenti simili a quelli presenti nel film.
In fine, dice che
forse potrebbe essere di parte nel giudizio dato sul film, visto che proviene
anche lui dal sud.
Questi pareri sembrano
rispecchiare, più che la problematica realtà politico-sociale dell’epoca, la
fascinazione che egli nutriva per il sud degli USA, del quale amava la
principale forma musicale, il blues, e da cui ha tratto spunto per diversi
accenni inseriti tra i testi delle canzoni dei Doors (“Roadhouse Blues”, “L.A.
Woman”, “The Wasp”, etc.).
IL PASSATO
Tra le domande
riguardanti il passato del cantante, desta interesse quella sul servizio
fotografico dell’estate 1967 che lo ritrae a petto nudo in numerose pose
provocanti e audaci, in seguito divenute storiche e inconfondibili per
l’iconografia del rock.
La risposta di
Morrison, a poco più di due anni dagli scatti, ripudia quei momenti senza mezzi
termini. Egli afferma con convinzione di dover essere stato “fuori di testa”
per fare foto del genere e di non avere mai voluto essere un sex symbol.
Inoltre, aggiunge,
in linea con la nuova immagine che stava offrendo di sé stesso nella seconda
metà del ’69, che non lo rifarebbe assolutamente se potesse tornare indietro e
che purtroppo quegli scatti non si possono più distruggere.
IL FUTURO
Riguardo al
futuro Morrison anticipa i concerti dei Doors a New York (Felt Forum, gennaio
’70) e esprime la volontà di andare in Giappone e Australia, qualora se ne
presentasse l’occasione.
La domanda
saliente per il suo avvenire è però un’altra: “Dureranno molto i Doors?”
chiede Howard Smith. “Non ne ho idea, forse altri sette otto anni, ma dopo
non so” è la risposta fatalmente errata del cantante.
LA MUSICA
In fine diamo
spazio anche alla parte dell’intervista che tratta di musica. Non sorprende la
difesa di “Hello I Love You”, scritta da Morrison nel 1965 e accusata da alcuni
di essere troppo leggera e commerciale. L’argomentazione portata dall’autore,
del tutto condivisibile, è quella di un testo significativo e diverso dalle
solite parole d’amore usate in molteplici brani.
Chiudiamo questo
resoconto con la musica che Morrison preferiva in quel novembre 1969. Alla
domanda fa seguire un triplice parere: i bluesman del passato e i compositori
di musica classica della prima metà del ‘900 Igor Stravinsky e Anton Webern.
Ascolti, questi ultimi, molto complessi e impegnativi, i quali aggiungono una
dimensione riflessiva al profilo di questo grande artista dalle numerose
sfaccettature.
P.S.: Il mio libro “The Doors Attraverso Strange Days” è uscito ed è disponibile su tutte le principali piattaforme. Il più completo viaggio mai fatto attraverso il secondo LP dei Doors. Di seguito qualche link:
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