“THE SPY” DEI DOORS: UNA POESIA ROCK BLUES

 

La traccia numero otto di “Morrison Hotel” (quinto album dei Doors, pubblicato nel febbraio 1970) è “The Spy” (qui il link), una composizione da attribuire a Jim Morrison, cantante della band.

Scritta nel corso del 1969, probabilmente tra l’estate e l’autunno, a partire da una poesia dello stesso Morrison, essa viene registrata assieme alle altre tracce del disco nel novembre dello stesso anno.

La canzone possiede il peculiare pregio di declinare un genere musicale solitamente movimentato e dinamico, il rock blues, nella forma di un tempo lento.

Infatti, la strofa si dispiega lungo le direttrici di un blues d’atmosfera, soffuso di guardingo mistero, come se portasse con sé un nascosto segreto.

Questa prima sezione è attraversata e guidata dal languido riff della chitarra elettrica di Robby Krieger, la quale, priva di distorsioni, muove passi elusivi che si chiudono con un enigmatico vibrato.

La stessa soluzione strumentale, vale a dire la chitarra che fende la strofa inserendo all’interno del proprio fraseggio la tecnica detta vibrato, era già comparsa nella discografia dei Doors.

Essa era stata utilizzata da Krieger due anni e nove mesi prima in “My Eyes Have Seen You” (parte del magnifico secondo disco dei Doors “Strange Days”), malgrado il contesto sonoro fosse molto diverso da quello di “The Spy” e l’uso del vibrato fosse usato all’inizio invece che alla fine della frase chitarristica.

Il breve ritornello, una variazione della strofa stessa, si innalza in termini di potenza, grazie ai possenti accordi di Manzarek al pianoforte e alla batteria che scandisce con incalzante determinazione il ritmo del brano (ascolto, ad esempio, dal min. 0.57 al min. 1.05).

Siamo qui nell’ambito del rock, come accade anche per il middle eight, dove gli spazi dell’arrangiamento sono riempiti dalla leggera distorsione applicata alla chitarra (ascolto, ad esempio, dal min. 1.50 al min. 2.15).

La combinazione tra il blues adattato al 1970 presente nella strofa e il rock di ritornello e middle eight, ci consente di ascoltare un rock blues dai contorni smussati nella penombra di un ritmo complessivamente disteso.

Questa particolarità (la maggior parte dei rock blues sono infatti sorretti da un ritmo per lo meno sostenuto) viene avvolta dal clima indagatore e arcano che si respira nel pezzo.

Usando i versi che compongono il testo di questo brano, Morrison narra con fare misterioso di come egli è in grado di conoscere i segreti, le azioni, le preferenze, le paure e le aspirazioni della persona amata e di poterlo fare senza essere visto né sentito.

Questo conciso racconto è veicolato attraverso una affascinante metafora: egli si definisce infatti una spia che agisce nella casa dell’amore.

La sua voce si accorda perfettamente alla scena tratteggiata dalle parole, cospirando un seducente sussurro nella strofa per poi alzarsi di tono e divenire più profonda nel ritornello e nel middle eight.

John Densmore percuote il tamburo rullante con le spazzole invece che con le classiche bacchette mentre il sessionman Ray Neopolitan rende circospetto il tracciato percorso dal suo basso elettrico, nella ricerca di un suono simile a quello del contrabbasso.

Si crea così un accompagnamento ritmico che non nasconde riferimenti esteriori e stilistici al jazz, pur mantenendo saldo il blues come reale riferimento musicale.

Nella coda il brano svanisce lentamente, con assoli accennati da parte di pianoforte e chitarra elettrica, sull’ultimo, velato, ammonimento di Morrison “I’m a spy / I can see / What you do / and I know” (“Sono una spia / Posso vedere / Quello che fai / E lo so”).

Esiste anche una insolita e azzardata versione alternativa di “The Spy”, anch’essa appartenente alle session di “Morrison Hotel” e sorprendente per la sua spensierata e sobbalzante andatura.

Leggermente più rapida di quella scelta per comparire su vinile e meno intensa nelle emozioni trasmesse, essa è trasportata dal basso elettrico e dalla batteria verso una atmosfera country rock, tanto inconsueta per i Doors quanto in palese contrasto con le parole del testo (qui il link alla versione alternativa).

Poche settimane dopo la registrazione del brano, vale a dire nel gennaio 1970, la band inizia il lungo tour a supporto dell’album “Morrison Hotel”, il quale terminerà il 22 agosto dello stesso anno.

Tra i pezzi che figurano nelle scalette di questi concerti troviamo anche “The Spy”. Come esempio portiamo la versione di questa canzone che i Doors eseguono a Boston il 10 aprile ’70 (qui il link).

In questo caso vengono dilatati i tempi di esecuzione rispetto alla traccia dell’LP, raggiungendo i 5.40 minuti di durata, e viene leggermente modificato l’andamento della sezione ritmica (composta dalla batteria e dal fender rhodes piano bass suonato con la mano sinistra da Manzarek).

Il risultato è un andamento pulsante, più ritmato se posto a confronto con la canzone dell’album, un battito sospettoso che accompagna la performance vocale di Morrison.

Il cantante è qui meno suadente di come appare nella traccia dell’album, la sua vocalità è a tratti increspata da una certa asprezza e da una atteggiamento più determinato che fascinoso.

“The Spy” rimane tra le composizioni meno celebrate tra quelle scaturite dalla penna di Jim Morrison. Tuttavia, essa ci mette di fronte ad un originale trattamento dell’idioma rock blues e ci consente di ascoltare i sinuosi ed appassionati slanci interiori di un musicista e poeta senza tempo.


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